Monday, April 11, 2005

La campagna elettorale Usa piu' costosa della storia

(venerdi', 19.03.04)

C'è un affitto, a Washington, il cui prezzo cresce moltissimo ma solo ogni
quattro anni: quello della Casa Bianca. E se tutto procede come sembra, per
conquistarsi le chiavi della palazzina neoclassica al 1600 di Pennsylvania
Avenue i due sfidanti nella corsa alla presidenza degli Stati Uniti
spenderanno quest'anno più di qualsiasi altra volta nella storia americana.
"Potremmo tranquillamente avere" ha dichiarato al Financial Times Thomas
Mann, analista al Brookings Institution "una campagna elettorale da 1
miliardo di dollari". Includendo in questa cifra astrale i finanziamenti
raccolti dai candidati, dai partiti e dai gruppi che li appoggiano. "Senza
denaro non si fa politica. Gli americani sostengono anzi che per la
politica è l'equivalente del latte materno" spiega in In nome della lobby
il giornalista Rodolfo Brancoli. E questo nutrimento i candidati lo
prendono dalle fonti più diverse. L'istantanea della situazione dice che a
febbraio George W. Bush aveva messo insieme 150 milioni di dollari contro i
32,9 di John Kerry. Ma mancano ancora molti mesi all'election day e il
montepremi elettorale, oltre a lievitare enormemente, potrebbe anche
riequilibrarsi. Intanto, una volta nominato ufficialmente nella convention
di luglio, il candidato democratico - come anche Bush - riceverà 74 milioni
di dollari di fondi pubblici. Sino allora, però, il senatore del
Massachusetts dovrà inventarsi un modo per resistere all'offensiva
mediatica che l'attuale disparità di forze economiche sta già producendo.
Proprio nelle settimane scorse, infatti, la squadra repubblicana ha dato il
via a una campagna di spot televisivi da 11 milioni di dollari. Ai quali,
per il momento, il democratico può rispondere solo attingendo alle risorse
di quello che qualcuno ha chiamato il "partito ombra", ovvero le
associazioni "indipendenti" che sostengono l'una o l'altra formazione. E il
cui ruolo anomalo molti contestano. Ma procediamo per gradi, perché tutto
deriva dalla distinzione cruciale tra "hard money" e "soft money".
Semplificando, la prima categoria descrive le donazioni ai partiti
dettagliatamente inquadrate nei regolamenti dalla Federal Election
Commission. La seconda, invece, si riferisce a quelle libere (in quantità e
modalità di erogazione) che esorbitano da quella giurisdizione. Ma soldi
"duri" e "morbidi" servono anche per scopi diversi. Se uno spot dice, ad
esempio, "Votate per il candidato X" deve essere pagato con "hard money".
Se invece ha lo scopo di sostenere la causa di una parte senza chiedere
esplicitamente di attribuirle la preferenza (tipo "Il candidato Y è una
cattiva persona, se fosse eletto la vostra vita peggiorerebbe. Ricordatevi
di recarvi alle urne quando si voterà") può essere pagato con "soft money".
Da sempre i repubblicani sono più forti nel raccogliere "hard" mentre sul
terreno del "soft" le differenze non sono così marcate. Anche perché qui
giocano un ruolo importante le associazioni "ombra", appunto, molto più
attive sul versante progressista. Sono stati ribattezzati anche "gruppi
527", dal capitolo del Tax Code statunitense che ne determina lo statuto
giuridico. Di che si tratta? Di associazioni con finalità civico-politica
cui è possibile fare donazioni illimitate e detraibili dalle tasse. E
proprio loro sono entrati in campo per dare una mano al "povero" Kerry e
pagargli i primi spot, scatenando l'ira dei repubblicani, che lamentano che
in questo modo si contravviene alle leggi sul finanziamento elettorale (la
Federal Election Commission si è riservata di deliberare in proposito ma
non prima della fine dell' anno). Tra i più famosi ci sono l'America Coming
Together (Act) e il Media fund, dai quali i liberal sperano - l'ha detto a
Newsday il manager della campagna Jim Jordan - di ottenere rispettivamente
90 e 50 milioni di dollari. Il primo si occupa di contrastare
l'astensionismo, spedendo i propri militanti (la paga è di 8 dollari l'ora)
a contattare porta a porta i potenziali elettori e sensibilizzarli alla
causa democratica. Il secondo si concentra invece sul terreno di scontro
mediatico, comprando spot su radio e tv. Poi c'è MoveOn.org, l'associazione
famosa per aver organizzato marce pacifiste e per la newsletter Misleader
in cui si denunciano quotidianamente le bugie di Bush. All'inizio di marzo,
ad esempio, ha prodotto e mandato in onda su 17 canali televisivi una
campagna da 1,9 milioni di dollari che attacca il Presidente per essersi
schierato dalla parte delle corporation piuttosto che da quella dei
cittadini. Non a caso sia Act che MoveOn sono stati destinatari della
robusta filantropia del finanziere George Soros che, avendo deciso di fare
della "cacciata di Bush dalla Casa Bianca" la priorità della sua vita, ha
donato rispettivamente 10 e 5 milioni di dollari ai due enti. Al candidato
o al partito direttamente non sarebbe stato legale, ma ai gruppi che lo
sostengono sì. D'altronde ne esistono anche di filo-repubblicani, come il
Club for Growth o il Citizen United che ha pagato lo spot che ritrae Kerry
sulla sua barca a vela mentre una voce fuori campo gli fa i conti in tasca:
"Coiffure di Christophe: 75 dollari. Camicia firmata: 250 dollari. Yacht di
lusso quarantadue piedi: un milione di dollari. Quattro ville al mare:
oltre 30 milioni di dollari" ironizzando sul fatto che non possa essere per
davvero dalla parte del popolo. Ma se, come uomo, il candidato democratico
è abituato agli agi, come aspirante Presidente ha un bisogno vitale di far
cassa. Per questo il 29 marzo inizierà una tournée elettorale di 6
settimane in 20 città con la quale spera di tirar su dai 15 ai 20 milioni
di dollari. L'obiettivo complessivo è di riuscire a ottenere altri 65
milioni di dollari da qui a luglio. Una cifra alta ma non impossibile,
assicura il suo collaboratore Michael Meehan, dal momento che
sull'entusiasmo dei suoi successi consecutivi Kerry è riuscito a
raccogliere 2 milioni attraverso donazioni via internet solo nelle 24 ore
successive al "supermartedì" che lo ha incoronato sul campo sfidante. Anche
il web, per la prima volta, si è rivelato uno strumento potente per il fund
raising: degli oltre 21 milioni di dollari raccolti dall' ex favorito
democratico Howard Dean circa un terzo provenivano da piccoli contributi
(la media era di assegni da 77 dollari) intercettati online. Nelle
presidenziali del 2000 Bush superò Al Gore con 185 milioni contro 120 (67,5
dei quali provenienti dal finanziamento pubblico). Quest'anno quei tetti
saranno abbondantemente sfondati. "È ancora troppo presto per dire se sarà
la campagna più costosa della storia" spiega al telefono da Washington
Steven C. Weiss del Center for Responsive Politics. "Ciò che è certo è che
sia Bush che Kerry fisseranno i record di raccolta individuale per un
singolo candidato". E chi ha più soldi viene eletto? "Nelle elezioni per il
Congresso" distingue Weiss "il candidato che spende di più del suo sfidante
vince circa il 90 per cento delle volte. Non è così automatico nelle
presidenziali, perché i candidati ricevono la stessa quantità di
finanziamenti pubblici dopo la nomination. Prima di quel momento, di
sicuro, il candidato con più denaro è in forte vantaggio, ma non ha la
vittoria in tasca". Perché i soldi sono il latte materno della politica, ma
a volte si cresce bene anche senza.

0 Comments:

Post a Comment

<< Home